Storia e Mnemostoria dell'Antico Egitto, ossia la storia per come recepita, nel tentativo di comprendere la storia per come stata.
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La favola del ladro

Ultimo Aggiornamento: 01/06/2008 09.51
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- ShemsetRa -
Architetto Reale

01/05/2008 11.26
 
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La casa del tesoro di Rhampsinit

Il re Rhampsinit possedeva un tesoro immenso in monete, mai più eguagliato dai suoi successori, e volendo custodirlo nel palazzo fece costruire dal suo architetto una stanza apposita, molto sicura, tutta in pietra.

L’architetto pose la stanza in modo che avesse un lato lungo un muro esterno e nella muratura in pietra pose un concio in modo che potesse essere tolto agevolmente da un paio di persone e forse anche da una.
Conservò il segreto tutta la vita e quando si trovò vicino alla morte chiamò i suoi due figli e lo rivelò a loro in modo che, in caso di bisogno avrebbero potuto servirsene per ottenere il favore del re.

L’architetto morì e i suoi figli pensarono di sfruttare subito il segreto di cui erano a conoscenza, così si recarono nottetempo nel palazzo e portarono via cospicue quantità di denaro dal deposito del re; questi si rese conto ben presto del prelievo continuo, ma nessuno riusciva a capire come potesse accadere perché i sigilli della porta rimanevano intatti e nessuno veniva visto andare o venire.

Decise di mettere dei lacci presso le giare colme di ricchezze, all’interno della stanza, accorgimento che si rivelò funzionale, perché uno dei ladri vi restò subito impigliato; non potendosi liberare, pregò il fratello di tagliargli la testa, per non cadere entrambi nelle mani delle guardie.

L’indomani il re si trovò davanti allo spettacolo raccapricciante del corpo del ladro senza testa, ma ancora non riuscì a capire come avesse fatto ad entrare e come tutto potesse essere in ordine, tranne il calo continuo delle ricchezze.

Decise di esporre il corpo del morto, nella speranza di poterlo identificare se qualche parente fosse venuto a piangerlo e a reclamarlo.

La madre, non potendo sopportare la perdita, minacciò il figlio superstite di svelare la verità al re se non avesse trovato il modo di riportare a casa il resto della salma, così escogitò il seguente espediente.

Con una carovana di asini caricati con otri pieni di vino, si finse un mercante e passò nella zona delle mura in cui il cadavere era sorvegliato dalle guardie, poi tolse qualche tappo e finse disperazione correndo da una parte all’altra come non sapendo da che parte cominciare per limitare le perdite; le guardie accorsero e cominciarono a riempire le loro caraffe col vino che usciva, mentre qualcuno andò anche a prendere qualcosa da mangiare così si diede inizio ad un banchetto durante il quale persino il carovaniere calmò la sua agitazione e partecipò di buon grado, offrendo ancora dell’altro vino.

Alla fine le guardie un po’ ubriache si addormentarono, ma il furbo ladro no, ebbe tempo, non visto da nessuno, di recuperare il cadavere del fratello e riportarlo a casa alla madre.

Il re andò su tutte le furie per essere stato nuovamente ingannato.
Prese una drastica risoluzione: ordinò alla figlia di accompagnarsi con tutti gli uomini che incontrasse chiedendo loro, prima di concedersi, di raccontare quale fosse l’impresa più scellerata della loro vita, e se avesse trovato il responsabile lo avrebbe trattenuto, chiamando le guardie.

E la figlia obbedì!

Ma il furbo ladro tagliò un braccio al cadavere, da portare con sé e andò a far visita alla donna, la quale, seguendo gli ordini del padre interrogò preventivamente il cliente; egli rispose, raccontando entrambe le sue bravate, la figlia del re lo afferrò prontamente, ed egli porse il braccio del morto, sfuggendo alla presa.

Prendendo atto dell’astuzia dell’uomo il re sparse in giro la voce che gli avrebbe dato in sposa sua figlia se si fosse presentato.

Così egli fece e il re mantenne la sua promessa, gli diede sua figlia in sposa, sostenendo che gli egizi fossero il popolo più intelligente e dunque il più intelligente di loro meritava di esserne il re.
[Modificato da pizia. 01/05/2008 11.40]
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- ShemsetRa -
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01/05/2008 13.39
 
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Questa favola l'ho letta qui, naturalmente il mio è un riassunto!

libro di Emma Brunner Traut

Prossimamente riporterò anche i commenti della Brunner Traut su questa favola e anche una curiosità.
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01/05/2008 15.08
 
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Grazie Pizia !
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- ShemsetRa -
Architetto Reale

10/05/2008 00.06
 
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Questa favola è giunta a noi attraverso il racconto di Erodoto (II, 121).
Il nome del re, Rhampsinit potrebbe essere ricostruito come Ramesse-Sa-Neith, mettendo in tal modo in relazione le due divinità, Ra, solare, maschile e Neith femminile, attestata già dal periodo predinastico nella zona del Delta.
Può essere riferito a Ramesse II o a Ramesse III (Lexicon der Aegyptologie V, Wiesbaden 1984, pagg. 144 e segg.)

La Brunner Traut riporta altre fonti secondo le quali la fiaba del ladro ebbe ampia diffusione nei testi latini e persino in quelli buddisti (di Emma Brunner Traut, “Altaegyptische” e di Fr. Von der Leyen, “Die Welt der Maerchen, Diederichs Verlag, 1953, vol. I).
Purtroppo non si approfondisce ulteriormente la parte filologica nelle note del libro “Miti e leggende…”, ma si rimanda alla consultazione degli altri testi per il discorso di mitologia comparata.

Il nome del re richiama evidentemente l’epoca ramesside, ma credo che la struttura del racconto, gli spunti inventivi e alcuni particolari possano senz’altro confermare la datzione della fiaba nel suo complesso a tale epoca.
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Architetto Reale

10/05/2008 00.08
 
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Erodoto descrive esplicitamente la gran ricchezza del re come costituita di monete: ma sappiamo che al tempo della XIX dinastia le monete non esistevano, si tratta quindi di una aggiunta posteriore; più facilmente l’originale avrà trattato di ricchezze generiche, che noi possiamo immaginare paragonabili a quelle rinvenute nelle tombe intatte.

Per questo il re ebbe bisogno di una stanza apposita per stiparle.
Particolare curioso è la struttura del paragone: Rhampsinit sarebbe stato ricco come nessun altro dopo di lui.

Stranamente il re viene paragonato ai suoi successori, come se dovessero essere quelli più interessati ad eguagliarne la ricchezza, oppure ad ereditarla, mantenedola e in più, facendola fruttare; non viene fatta menzione dei re precedenti, come se fosse fatto ovvio che dovessero naturalmente essere più ricchi o più poveri, tanto da non costituire termine di paragone.

Guardando in prospettiva la storia egizia, sembrerebbe proprio che la XIX dinastia segni un punto di non ritorno, dopo il quale i re non furono mai più tanto ricchi e tanto potenti.

Esiste anche un paradosso: se il re Rhampsinit prese la decisione giusta, facendo sposare la figlia al suddito furbo (e nulla ci fa intendere che non fosse suddito egizio), e la fiaba proprio questo vuole portarci a pensare, per quale motivo il suo successore, non riuscì ad eguaglirne la ricchezza, né a superarla?

Con grande soddisfazione per la categoria, devo prendere atto della furbizia dell’architetto, prima di tutti gli altri: è infatti ammirevole come, durante l’esecuzione di un lavoro perfetto, trovi il modo per lasciarsi una via di salvezza, nel caso possa averne avuto bisogno, lui in prima persona oppure i suoi figli.

La sua doveva essere una professione di gran prestigio, ma il sentore che le cose potessero cambiare o precipitare c’era già, allora come ora.

Il bravo tecnico non ebbe bisogno di sfruttare durante la sua vita il segreto di cui era artefice, perché evidentemente continuava a procurarsi da vivere con l’onesto lavoro e il prestigio di cui godeva presso il re, ma alla morte scelse di tramandare il suo sapere ai figli.
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Architetto Reale

01/06/2008 09.51
 
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Per proseguire sul problema filologico sollevato da questo racconto, sopravvissuto grazie alla testimonianza di Erodoto, bisogna fare alcune considerazioni sulla struttura della narrazione.

Volendo riassumere con poche parole la trama ci si rende subito conto della costruzione complessa che sottende: una serie di scene si susseguono, anche con ampio spazio di tempo fra l’una e l’altra, e una ricchezza di particolari rende il tutto collegato da una rete di fili invisibili, quando una scena volge al termine e pare sia giunta la fine della storia, ecco intervenire un altro espediente che rimanda all’episodio successivo.

Questo è il risultato evidente di aggiunte posteriori ad una storia di base, che viene arricchita di volta in volta, stratificando gli interventi successivi uno sull’altro, oppure dell’unione fra varie storie preesistenti in una unica, alla quale viene dato, in fase di accorpamento, un assetto continuativo, più o meno coerente.

Tali operazioni non sono del tutto spontanee, talvolta sono proprio volontarie!

Per analogia, utilizzo per la divisione i termini della composizione teatrale, quindi uso “atto” anziché “scena”, perché “scena” sarà un’ulteriore sottoinsieme.

Atto I- L’architetto costruisce il palazzo del re e lascia un segreto in eredità ai figli.
Atto II- I figli-ladri sfruttano il segreto e rubano finché uno rimane in trappola.
Atto III- Il ladro superstite recupera il cadavere del fratello.
Atto IV- Il re recluta la figlia per la cattura del ladro.


Questi quattro atti costituiscono da soli singole favole perfettamente compiute, di ognuna si possono ipotizzare anche differenti conclusioni, infatti, per essere ricollegate fra loro sono state probabilmente manipolate un po’ agli estremi.

Altra considerazione importante da fare sulla favola antica riguarda la difficile individuazione del mittente e del destinatario.

Chi era colui che narrava e a chi era destinata la narrazione? Certamente non si tratta di genitori che raccontano storie ai figli per farli addormentare o star bravi e le complicazioni non sono state inventate perché questi ultimi soffrivano d’insonnia!

Ma sullo scopo della favola antica mi dilungherò in seguito.

Salta subito all’occhio che la prima ha qualcosa di familiare, di diverso dalle altre.
Il protagonista non è un ladro, anzi, dapprima non si parla proprio di ladri, la storia sembra attinente a tutt’altro argomento, cioè i segreti delle costruzioni, il mestiere dell’architetto (che è in una parola anche ingegnere, scriba, filosofo, teologo ecc.) come appoggio fondamentale della maestà divina del re.

Insomma, ha tanto il sentore di Antico Regno.

Quando infatti nascono le storie sulle costruzioni, sui segreti, che altro non sono che quanto attualmente viene indicato con “tecnologia”?
E’ dell’Antico Regno la storia, quasi rasente al mito, in cui si parla delle famigerate stanze di Thot, ed è logico attribuire a questo periodo un ampio proliferare di aneddoti su questo nuovo personaggio salito alla ribalta, l’architetto.

Il re, divino egli stesso, agli dei equiparato, comincia a demandare ad alcuni sudditi di fiducia alcuni suoi compiti e la diversità fra questo ed altri già trasferiti colpisce il sensibile animo dell’uomo egizio; una certa differenziazione di compiti e specializzazione nei lavori è innegabile esistesse già nel predinastico, ma le figure amministrative e religiose, che affiancano il re, traggono direttamente dai suoi insegnamenti le competenze per eseguire il loro lavoro. Naturalmente non si tratta di lavori di manovalanza, gestiti dalla popolazione ordinaria, ma delle funzioni militari, amministrative e religiose.

Immagino che il problema fosse già evidente ai tempi di Djoser e Imhotep, forse l’architetto sapeva qualcosa che il re non sapeva, aveva compiuto studi e scoperte sue, aggiungendo conoscenze al “corpus” ricevuto e per questo in seguito fu divinizzato anch’egli.

Dunque assegnerei il nucleo iniziale della storia all’Antico Regno, IV dinastia, perché generalmente i figli raccontano già le storie dei padri come miti, quindi non è necessario aspettare molto tempo dopo la realizzazione delle piramidi più grandi, però le idee sul potere segreto delle conoscenze degli architetti già circolavano durante la terza.

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